È finalmente arrivato il nuovo anno. Le giornate iniziano ad allungarsi e, nelle regioni più calde, noi, amanti delle orchidee, vivremo il periodo più entusiasmante.
Da questo momento, dal sud al nord della penisola si vedrà il susseguirsi delle loro fioriture, spesso sbalorditive e particolari. Tanto belle quanto refrattarie al nostro controllo, Noi siamo pronti per godere ogni istante di questo appuntamento.
Fino al prossimo settembre posteremo milioni di foto, un brulicare di silenziosi scatti, like e commenti scandirà le nostre giornate. Ci “sfideremo” a colpi di immagini superbe, discuteremo di questa o quell’altra ibridazione spontanea e, inevitabilmente, finiremo per snocciolare, ognuno secondo la propria personale sensibilità, il concetto più dibattuto e frainteso dell’ultimo decennio: quello di tutela.
Il focus verrà presto spostato dallo stupore per le fioriture coraggiose e difficili di queste meraviglie, che sanno sopravvivere solo a modo loro, alle modalità per garantirne la conservazione corretta, per essere certi di vederle l’anno successivo magari favorendone la moltiplicazione. Proteggerle ad ogni costo.
Ma proteggere da cosa esattamente?
Alcuni si soffermeranno sul pascolo o sugli sfalci metropolitani generalmente mal gestiti.
Altri le vorranno proteggere dagli ungulati o dalle lavorazioni agricole.
Altri ancora le vorrebbero tenere al sicuro dal calpestio dell’essere umano, dal turismo massificato, dalle gite fuori porta degli inesperti, dai cani di padroni disattenti.
In tutti questi casi il proposito ha indubbiamente origine da un problema reale o un sentimento positivo, cura e protezione sono la massima espressione d’amore di cui siamo capaci. Dietro ognuna di queste preoccupazioni sta in agguato la grande contraddizione che ci accompagna in molte delle nostre manifestazioni umane.
Ci stiamo ritagliando il ruolo di arbitri che decidono le sorti delle specie, spettatori di un pianeta che sembra non appartenerci più, esserci estraneo. Neghiamo la nostra stessa esistenza o la riconosciamo solo come dannosa, cercando di limitarne le implicazioni materiali. Mentre ci atteggiamo a creatore, dimentichiamo di essere creatura. Limitiamo l’interazione con l’ambiente come se per noi non fosse una normale conseguenza dell’esistenza e surroghiamo quella necessità animale con qualche foto, documentari ad alta definizione o gite estemporanee con visite guidate in santuari che abbiamo eretto per lavare le nostre colpe, sperando di riuscire a riassumere la natura in un museo a cielo aperto. Allo stesso modo cerchiamo di controllare le interazioni di qualunque altra specie che sospettiamo dannosa.
Per affinare la provocazione, prendo in prestito le parole di un amico veterinario sulla “conservazione naturale”, sicuramente irriverenti, ma capaci di svelare l’ipocrisia che si nasconde dietro questa tendenza.
“Ritengo la conservazione il principio più anti-naturale che si possa concepire. La Natura – nella sua esperienza di qualche miliardo di anni – è movimento, non fissità. Fossimo esistiti 5 miliardi di anni fa, avremmo lavorato per la conservazione del brodo primordiale e lottato contro le prime cellule procariote? La Natura è esplorazione continua di possibilità contingenti.” Certo un paradosso volutamente esagerato che ci mette forse in guardia su un pericolo reale:
Conservare è diventato sinonimo di “cristallizzare” un ambiente ritenuto degno e pretenderlo uguale negli anni?
Abbiamo esteso alla natura la stessa tensione all’immortalità che ci caratterizza, la stessa aspirazione ad essere eterni e immutabili, restii al cambiamento. Vogliamo trasformare un organismo vivente in una reliquia perché lo troviamo rassicurante. Con tutta la nostra filosofia non siamo ancora riusciti ad accettare il fatto di essere mortali.
Crediamo di aver imparato a controllare la sorte solo perché troviamo la stessa pianta in fiore un anno dopo l’altro. Urliamo allo scandalo se viene brucata da un capriolo, così ci adoperiamo con recinzioni, sfalci programmati per sopperire al divieto di pascolo e calpestio, che potrebbero ad esempio mantenere naturalmente le poacee più basse.
In questa scomposta guerra tra fazioni, alcuni mettono reti e picchetti a livello del terreno per evitare danni da cinghiali, istrici e tassi mentre altri chiedono di garantire il diritto di queste “creature di Dio” ad una vita lunga e prospera. Per ogni “nemico” si rende necessario l’ennesimo intervento antropico, che, a caduta, ne provocherà altri per compensarne l’invadenza.
Insomma, mancano i pop-corn per goderci lo spettacolo egotico carico di inevitabili scontri tra autorevoli esperti, appassionati e sedicenti scienziati, se vada più conservata l’orchidea o il capriolo, su cosa sia erbaccia o sul numero esatto di visitatori che potrà tollerare un dato parco naturale.
Forse è necessario un cambio di prospettiva.
Invece di operare un controllo sull’esterno, che in condizioni normali ha sempre mostrato di cavarsela egregiamente da solo, dovremmo lavorare sul nostro rapporto con tutto quello che è “altro” da noi. Dovremmo mettere un freno alla frenesia che sembra limitare le nostre scelte a solo due possibilità: consumare fino all’esaurimento o dichiarare inviolabile il feticcio designato.
Forse dovremmo trovare un equilibrio che ci riporti, senza cadere nella retorica del “buon selvaggio”, all’interno della comunità naturale dalla quale ci siamo espulsi per indisciplina manifesta. A quel punto potremmo semplicemente accettare ogni possibilità di interazione, compresa la nostra.
Se fosse proprio questa “esplorazione di possibilità contingenti” a fare la differenza?
Proponiamo un’esperienza personale non per dargli valore antologico ma per rendere esplicito il ragionamento:
Per qualche anno abbiamo osservato un prato ricco di fioriture di orchidee. Il primo anno i nostri ovini, pascolando, ne hanno reciso meno della metà prima della fine dell’antesi e un’altra percentuale potrebbe non aver trovato le condizioni per vegetare a causa del calpestio. Interazioni con la fauna maggiore hanno causato la perdita altri esemplari. Davanti ai nostri occhi quella primavera abbiamo assistito ad uno spettacolo sicuramente deludente.
Tuttavia una parte di quei rizotuberi si deve essere comunque moltiplicata per via vegetativa, una parte è rimasta protetta da una crosta di suolo scoperto proprio dall’eccessivo calpestio mentre per altri non sembra essere accaduto nulla.
Gli ovini al pascolo hanno mangiato rovi, prugnoli, e tutti i generi di arbusti avventizi, tenendo a bada il rimboschimento spontaneo dovuto agli abbandoni -ancora una volta spettatori di una negligente interazione con il nostro territorio- e restituendo la luce a porzioni di prato stabile ormai in ombra, senza bisogno del nostro intervento diretto. Lo stesso cinghiale ha aperto grandi varchi di comunicazione all’interno della macchia, abbattendo le nuove barriere evolutive e restituendo la ricchezza genetica a popolazioni ormai sempre più isolate. Gli anni successivi lo stesso pascolo ha dato spettacolo. Ad ogni stagione abbiamo visto aumentare la varietà delle specie botaniche, non solo orchidee, che hanno diversificato il menù a disposizione degli avventori, invitati o meno.
È certamente vero che qualunque esperienza personale può rappresentare un mondo e, contemporaneamente, non avere alcun valore scientifico.
La scienza -intesa come pratica riproducibile- trova i suoi limiti applicativi proprio in tutte quelle pratiche osservazionali legate alle singolarità degli individui.
Se è sicuramente conveniente e rassicurante poter descrivere con un unico teorema le leggi universali che governano i processi naturali, è quantomeno riduttivo poter pensare di elidere dall’equazione le condizioni al contorno o di semplificarle tanto da ottenere un risultato univoco che possa essere esaustivo in ogni contesto. Le interazioni spontanee, i fattori climatici e le soggettività di un determinato ambiente non saranno garanzia di arrivare alle stesse conclusioni. Sarebbe sciocco assecondare la necessità tutta umana di generalizzarle facendogliele calzare con la forza, riducendo ogni espressione naturale ad un riflesso condizionato in stile Pavlov&Skinner piuttosto che ad una polifonia di espressioni individuali.
Ecco le domande che seguono tali osservazioni: si possono davvero distinguere le interazioni tra utili o dannose? Sempre ed in ogni luogo? Si dovrebbe quantomeno stabilire il soggetto dell’utilità o del danno, il che rende il concetto problematico ancor prima di rispondere alla domanda.
Dunque, forse, la domanda che più ci interessa diventa:
Dobbiamo controllare tutto perché non sappiamo controllare noi stessi? Si può essere attori dell’ambiente che abitiamo senza esaurirne le risorse?
Per noi conservazione è prima di tutto preservare la molteplicità delle possibilità piuttosto che di patteggiare per l’una o per l’altra specie per assecondare i nostri gusti. Siamo certi che ogni vivente possa lottare molto più ferocemente di noi alla ricerca del proprio spazio. L’autodeterminazione non è necessariamente una prerogativa umana.
Ci piace pensare l’ambiente come somma di interazioni individualistiche dove i singoli egoismi trovano un punto di equilibrio, senza velleità morali, nell’interesse collettivo alla coabitazione. La diversità è conveniente, questo la natura lo sa bene, siamo noi ad averlo dimenticato.
Non è forse la natura il migliore esempio di coesistenza tra pari?
Come il mondo, nemmeno un capriccio così umano può essere riassunto in una formula, ed in nessun modo questo vuole essere un tentativo di farlo. Abbiamo lanciato una pietra, come sempre, per vedere quanti salti riesce a fare sul pelo dell’acqua prima di affondare inevitabilmente sotto il peso della sua materia.
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