Dio salvi gli eretici!

Lo sanno anche i bambini.

Di questi tempi l’ordine non si impone, si amministra.  

Per gestire ammassi di carne mossi da bisogno e desiderio, naturalmente riottosi all’idea di non essere destinati a niente di più che alla rassegnazione, non è necessaria la repressione manifesta, storicamente controproducente. Basta la dissuasione. 

La maggioranza di questi corpi è già inchiodata dal bisogno, che in questo caso finisce inevitabilmente per coincidere con il desiderio. Se la sopravvivenza è l’unico orizzonte possibile, basterà rendere ogni alternativa troppo costosa per preferire un destino certo e duro ad una libertà che espone alla responsabilità della scelta e alla fatica della rinuncia.  

Ai più ingenui servirà un abile predicatore, qualcuno che sappia spacciare l’infelicità presente come propiziatoria di una beatitudine futura. I più materialisti  baratteranno felicemente un piccolo vantaggio spendibile in questa vita con qualunque questione di principio: un titolo di primo tra gli ultimi o almeno qualche privilegio materiale, per avere qualcosa da perdere e una ragione per collaborare. Ai vanitosi basterà la promessa di un premio o di una lode da sfoggiare, per dimostrare zelo.

I più pericolosi sono quelli che hanno scambiato il desiderio per bisogno, quelli inclini all’ostinazione. Quelli che guardano prima i motivi, e solo dopo giudicano i mezzi.

A loro si deve insegnare a dissentire.  È necessario che vengano iniziati all’anticonformismo conforme. Quello oppositivo ma ragionevole, critico ma rispettoso e costruttivo. Che non sporca. Quello autorizzato, almeno fino ad ora. Quello estetivo, immediatamente gratificante perchè performativo.

Il conflitto non necessita lotta, il disagio può essere nominato senza per forza mostrarlo, la rabbia va sublimata in atarassia o è solo prova di imperfezione e di difetto personale. 

La forma è tutto. Lo scontento va educato alla moderazione, deve limitarsi alla pantomima o, al massimo alla farsa, ovvero a svolgere la sua funzione di rito catartico collettivo senza modificare i rapporti di forza. 

Per educare il passionario alla disobbedienza obbediente niente funziona meglio di un’esposizione costante al paternalismo organizzato. Qualcuno più saggio avrà sempre un pulpito, una cattedra, un podio o un altare da cui predicare l’obbedienza come virtù civica, il pragmatismo come esclusiva di chi comanda, la moderazione come obbligo morale e la sopportazione come adattamento necessario alle sorti umane. Nel Santo nome di stabilità e sicurezza, il  pacifismo verrà imposto da chi non ha alcun motivo di combattere a chi subisce da tutta la vita, senza timore di sembrare ipocrita. Obbligato ad una moralità che non si è mai dovuta o voluta dimostrare, basterà il pretesto di un torto per cancellare tutte le ragioni e ridurre il conflitto a ramanzina. 

Se il volitivo non fosse proprio disposto a rassegnarsi, avrà almeno le mani legate dalla paura di cadere nel peccato dell’eccesso, e, al massimo, potrà aspirare a essere Santo in odore di martirio, mai eroe.

L’eroe agisce, il Santo sopporta.

Certo, anche il martire morendo ha voluto sfidare il potere, ma se della sua vita si  racconta solo la sopportazione inerme e la dignità nella fine, si nega la forza eversiva del suo sacrificio. Il suo atto di libertà diventa a tutti gli effetti una lezione di sottomissione, utile in questi casi. 

A ben vedere non vogliono martiri: dipingono vittime esemplari, inclini a tollerare ogni destino. Poveri Cristi orgogliosi dell’onore della croce, pur di assecondare quel Padre che, in nome del bene comune, ne amministra il sacrificio.  

Per i pochi atei che continueranno a dubitare dell’onniscenza dei padri, non resta che la solita accusa di eresia. 

L’eresia è semplice. Basta una differenza che spaventi,  qualcuno da chiamare mostro, demone o male assoluto, un’Inquisizione che additi il pericolo e una folla pronta a chiedere maggior sicurezza. Non serve più nemmeno la pena capitale, al giorno d’oggi i roghi non ardono corpi, ma dignità. Ti lasciano la vita ma ti tolgono la voce e, quindi, la possibilità di essere più di un semplice spaventapasseri, messo là per ricordare agli altri pennuti di aver bisogno di un permesso. 

Dopo aver messo a tacere i più irrequieti, sarà sufficiente una sentenza sputata dall’alto e ripetuta in coro (irresponsabile per chi dissente, fanatico chi insiste, violento chi reagisce ) per trasformare eroi, martiri o vittime in colpevoli. Il colpevole muore e basta, se è anche eretico, muore per il bene di tutti. La differenza tra eresia e santità è la stessa che separa martire e colpevole: questione di semantica.  E le parole le sceglie sempre chi racconta la storia. 

Ecco come si amministra il bene comune, vigilando sull’ortodossia del racconto. 

I bambini  sanno che la fede non può essere imposta, che al massimo si può costringere alla pubblica ipocrisia. 

Un ateo continuerà a dubitare. A pensare che il paternalismo non sia  eccesso d’amore, ma solo di tutela per alimentare dipendenza, per mantenere il controllo. È considerare la libertà dell’altro un rischio da contenere, è un giudizio di incapacità per legittimare l’invadenza che sottrae sistematicamente la possibilità di scegliere. Rende fragili solo per poi usare quella debolezza in prova della propria necessità.

Continuerà a dire che la quiete non è semplicemente assenza di rumore e la pace non è assenza di conflitto. Soprattutto, si rifiuterà di chiamare tutto questo Bene collettivo.  Sa che se la pace si limita a chiedere silenzio, va chiamata resa.

 Il vero pacifista mette in gioco il proprio corpo, il proprio benessere e la propria appartenenza, il vero martire muore per non scendere a compromessi. Entrambi non dovrebbero prestarsi a garantire servitori compiacenti in nome di una quiete ottenuta sulla pelle dei più fragili. 

Chi  tratta l’ingiustizia come un problema teorico e non come ostacolo materiale, ne fa affare della filosofia, non della Storia. Questa è connivenza, non c’è altra definizione.

L’etica non abita nel vuoto. Alcuni fini giustificano alcuni mezzi, escluderli a priori è un privilegio che può concedersi chi non rischia nulla o non vuole nulla. Di fronte ad un’indifferenza sfacciata e compiaciuta, l’eccesso è conseguenza della chiusura di ogni spazio. Non è il mezzo a dare nobiltà all’azione, ma la responsabilità politica di chi la compie. La scelta del modo è sempre in risposta dialettica a quella dell’avversario: è risposta ad un limite imposto o ad un rifiuto opposto.

Per esserci tensione la corda deve essere tirata tra due estremi.

La responsabilità dell’atto resta di chi lo sceglie, ma la sua necessità ricade anche su chi ha svuotato consapevolmente ogni altra alternativa.

La volontà di distruzione non è scelta estetica, ma denuncia della violazione del patto di reciprocità materiale su cui si fonda la legittimazione di ogni autorità.

Anche questa volta, la responsabilità è di chi fa abuso di quella posizione. Nessuna autorità conserva il diritto di definire limite ed eccessi quando per lei per prima li ha ignorati pur difendere i propri interessi.

Continuate a raccontare quella storia che vi assolve sempre e che ci continua a indicare come colpevoli. Tornate pure ad amministrare come avete sempre fatto. Questa volta, forse, dovreste tremare più voi, nel pronunciare la sentenza , che noi nel subirla.  Ogni gogna rende il conflitto manifesto e dimostra ancora una volta il vostro fallimento. Non si può estirpare un’eresia che nasce da un desiderio.

Lo sanno anche i bambini, la giustizia imbraccia la spada.

Lo sanno, prima di imparare a dimenticarlo.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *