L’oltraggio dell’oltraggio: siamo ciò che decidiamo di tollerare?

Dialogo con La Boétie sulla servitù volontaria.

Un voto per ogni testa, basta questo a fare di un suddito un cittadino?

O piuttosto la libertà di un uomo si misura nella possibilità di mettere in discussione i limiti che vengono imposti?

Chi trova ragionevole poter contestare solo com’è consentito, pensa come un cittadino o un suddito?

Se si è sottoposti un’autorità sedicente infallibile ogni domanda diventa retorica. Che sia una maestà, una carica o un pubblico ufficiale ad essere dichiarato sacrosanto, e quindi intoccabile, poco importa. Il vilipendio e l’oltraggio stabiliscono sempre lo stesso principio: bisogna riconscere una dignità che non può essere sminuita in nessun caso, che vale la vita di uno, cento o mille uomini, che non può essere giudicata e quindi che non ha limiti ma, anzi, li decide. Stabilisce insomma quali parole possono essere dette o anche solo pensate.

Un popolo che rende omaggio al regnante di turno promettendo obbedienza e, come atto di sottomissione, si censura a priori e sopporta, non può essere definito libero.

Sembra così ovvio. Sembra così naturale voler essere liberi.

Sembra così facile però anche fingere di esserlo già, per non dover affrontare il cambiamento.

Siamo condannati a fingerci cittadini, per poter sopportare il nostro stato di sudditi?

Dovremmo stupirci nel provare la stessa meraviglia, vecchia di quasi 500 anni, di chi ha scritto queste pagine sul perché non troviamo emancipazione e che, ancora oggi nell’anno del Signore 2026, ci inchiodano alle nostre responsabilità.

Ed è per questo che le vogliamo riproporre qui ed ora.

“Per ora vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato e non potrebbe far male ad alcuno, se non nel caso che si preferisca sopportarlo anziché contraddirlo.

(…)

E’ una cosa davvero straordinaria osservare il coraggio che la libertà mette in animo a coloro che la difendono; ma quel che avviene in tutti i paesi, fra tutti gli uomini, tutti i giorni, e cioè che uno solo opprime cento, mille persone e le priva della loro libertà, chi potrebbe mai crederlo se fosse semplicemente una notizia che ci giunge alle orecchie e non capitasse invece davanti ai nostri occhi?(…) Va aggiunto inoltre che non c’è bisogno di combattere questo tiranno, di toglierlo di mezzo; egli viene meno da solo, basta che il popolo non acconsenta più a servirlo. Non si tratta di sottrargli qualcosa, ma di non attribuirgli niente; non c’è bisogno che il paese si sforzi di fare qualcosa per il proprio bene, è sufficiente che non faccia nulla a proprio danno. Sono dunque i popoli stessi che si lasciano, o meglio, si fanno incatenare, poiché col semplice rifiuto di sottomettersi sarebbero liberati da ogni legame; è il popolo che si assoggetta, si taglia la gola da solo e potendo scegliere fra la servitù e la libertà rifiuta la sua indipendenza, mette il collo sotto il giogo, approva il proprio male, anzi se lo procura. Se gli costasse qualcosa riacquistare la libertà non continuerei a sollecitarlo; anche se riprendersi i propri diritti di natura e per così dire da bestia ridiventare uomo dovrebbe stargli il più possibile a cuore. Tuttavia non voglio esigere da lui un tale coraggio; gli concedo pure di preferire una vita a suo modo sicura anche se miserabile ad una incerta speranza in una condizione migliore. Ma se per avere la libertà è sufficiente desiderarla con un semplice atto di volontà si troverà ancora al mondo un popolo che la ritenga troppo cara, pur potendola ottenere con un desiderio? (…) Come il fuoco che da una piccola scintilla si fa sempre più grande e più trova legna più ne brucia, ma si consuma da solo, anche senza gettarvi sopra dell’acqua, semplicemente non alimentandolo, così i tiranni più saccheggiano e più esigono, più distruggono e più ottengono mano libera, più li si serve e più diventano potenti, forti e disposti a distruggere tutto; ma se non si cede al loro volere, se non si presta loro obbedienza allora, senza alcuna lotta, senza colpo ferire, rimangono nudi e impotenti, ridotti a un niente proprio come un albero che non ricevendo più la linfa vitale dalle radici subito rinsecchisce e muore.

(…)

Povera gente insensata, popoli ostinati nel male e ciechi nei confronti del vostro bene! Vi lasciate portar via sotto gli occhi tutti i vostri migliori guadagni, permettete che saccheggino i vostri campi, rubino nelle vostre case spogliandole dei vecchi mobili paterni. Vivete in condizione da non poter più vantarvi di tenere una cosa che sia vostra; e vi sembrerebbe addirittura di ricevere un gran favore se vi si lasciasse la metà dei vostri beni, delle vostre famiglie, della vostra stessa vita. E tutti questi danni, queste sventure, questa rovina vi vengono non da molti nemici ma da uno solo, da colui che voi stessi avete reso tanto potente; è per suo amore che andate così coraggiosamente in guerra, è per la sua vanità che non esitate ad affrontare la morte. Costui che spadroneggia su di voi non ha che due occhi, due mani, un corpo e niente di più di quanto possiede l’ultimo abitante di tutte le vostre città. Ciò che ha in più è la libertà di mano che gli lasciate nel fare oppressione su di voi fino ad annientarvi. Da dove ha potuto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? E i piedi coi quali calpesta le vostre città non sono forse i vostri? Come fa ad avere potere su di voi senza che voi stessi vi prestiate al gioco? E come oserebbe balzarvi addosso se non fosse già d’accordo con voi? Che male potrebbe farvi se non foste complici del brigante che vi deruba, dell’assassino che vi uccide, se insomma non foste traditori di voi stessi? Voi seminate i campi per farvi distruggere il raccolto; riempite di mobili e di vari oggetti le vostre case per lasciarveli derubare; allevate le vostre figlie per soddisfare le sue voglie e i vostri figli perché il meglio che loro possa capitare è di essere trascinati in guerra, condotti al macello, trasformati in servi dei suoi desideri e in esecutori delle sue vendette; vi ammazzate di fatica perché possa godersi le gioie della vita e darsi ai piaceri più turpi; vi indebolite per renderlo più forte e più duro nel tenervi corta la briglia. Eppure da tutte queste infamie che le bestie stesse non riuscirebbero ad apprendere e che comunque non sopporterebbero, potreste liberarvi se provaste, non dico a scuotervele di dosso, ma semplicemente a desiderare di farlo. Siate dunque decisi a non servire mai più e sarete liberi. Non voglio che scacciate il tiranno e lo buttiate giù dal trono; basta che non lo sosteniate più e lo vedrete crollare a terra per il peso e andare in frantumi come un colosso a cui sia stato tolto il basamento.

(…)

Vi sono tre tipi di tiranni: alcuni ottengono il potere in base alla scelta del popolo; altri con la forza delle armi; gli ultimi infine per successione dinastica. Coloro che l’hanno avuto per diritto di guerra si comportano nel modo che tutti ben conoscono, trovandosi, come si usa dire, in terra di conquista. Chi invece nasce re non è certo migliore, anzi essendo nato e cresciuto in seno alla tirannia la natura di despota l’ha succhiata con il latte: considera infatti i popoli che gli sono sottomessi alla stregua di servi avuti in eredità e, secondo l’inclinazione che si ritrova, tratta il regno da avaro o da scialacquatore come fosse cosa sua propria. Infine per quanto riguarda colui che ha ricevuto il potere dal popolo, mi sembra che dovrebbe essere più sopportabile e credo lo sarebbe se non fosse per il fatto che una volta vistosi innalzato sopra tutti gli altri, gonfiato da un sentimento che non saprei definire ma che tutti chiamano senso di grandezza, decide di non scenderne più. Di solito poi costui fa conto di lasciare ai figli il potere che il popolo gli ha affidato; e dal momento che essi si mettono in testa questa idea è uno spettacolo tremendo osservare come sanno superare in ogni tipo di vizi e perfino in crudeltà gli altri tiranni, non trovando altro metodo per rafforzare la nuova tirannia se non quello di accrescere la schiavitù e di sradicare la libertà dall’animo dei loro sudditi a tal punto che, per quanto l’abbiano ben presente nella memoria, riescono a fargliela perdere. Così, a dir la verità, vedo che tra i vari tipi di tirannide vi è qualche differenza ma non noto che vi sia la possibilità di una scelta, poiché pur essendo diverse le vie per arrivare al potere il modo di regnare è sempre più o meno lo stesso. Coloro che sono eletti dal popolo lo trattano come un toro da domare; chi ha conquistato il regno pensa di avere su di lui il diritto di preda; chi infine lo ha ereditato considera i sudditi come suoi schiavi naturali.

(…)

A questo proposito però vorrei chiedere: ammettiamo per caso che oggi nasca un tipo di gente del tutto nuovo, non abituata alla servitù né allettata dalla libertà, che non sappia assolutamente nulla dell’una e dell’altra cosa se non a malapena i nomi; se a costoro venisse presentata l’alternativa tra l’esser servi o il vivere liberi secondo quelle leggi che stabiliranno fra loro di comune accordo, che cosa sceglierebbero? Non c’è dubbio che avrebbero più caro ubbidire soltanto alla ragione piuttosto che servire ad un uomo (…) perché tutti gli uomini (fin quando almeno hanno qualcosa di umano) si lascino assoggettare è necessario una delle due: esservi costretti o ingannati (…)E nessuno crederebbe come un popolo, dopo essere stato sottomesso, sprofondi subito in una tale dimenticanza della libertà che non gli è più possibile risvegliarsene per riacquistarla, ma serve così di buon grado il tiranno che a vederlo si direbbe non già che ha perso la sua libertà ma che si è guadagnato la sua servitù. E’ pur vero che all’inizio l’uomo serve a malincuore, costretto da forza maggiore; ma quelli che vengono dopo, non avendo mai visto la libertà e non sapendo neppure cosa sia, servono senza alcun rincrescimento e fanno volentieri ciò che i loro padri hanno fatto per forza. E così gli uomini che nascono con il giogo sul collo, nutriti e allevati nella servitù, senza sollevare lo sguardo un poco in avanti si accontentano di vivere come sono nati, e non riuscendo a immaginare altri beni e altri diritti da quelli che si sono trovati dinnanzi prendono per naturale la condizione in cui sono nati. (…) Ma è anche vero che la consuetudine, la quale ha un grande influsso su tutte le nostre azioni, esercita il suo potere soprattutto nell’insegnarci a servire, e come Mitridate che si abituò a bere il veleno, ci rende alla fine assuefatti a trangugiare normalmente il veleno della servitù senza sentirne l’amaro. Certamente nel tendere verso il bene o verso il male gioca in gran parte la natura che ci spinge dove vuole; ma bisogna ammettere che essa ha meno potere su di noi di quanto non l’abbia la consuetudine, perché la nostra indole, per quanto possa essere buona, va persa se non si cerca di mantenerla. L’educazione insomma lascia sempre la sua impronta malgrado le tendenze naturali.

(…)

Diciamo dunque che tutto ciò cui l’uomo si abitua fin da bambino gli diventa naturale; ma in lui di propriamente naturale e originario vi è solo quello a cui lo sollecita la natura semplice e schietta. Così la prima ragione della servitù volontaria risulta essere la consuetudine.

(…)

E tuttavia chi vorrà tornare a riflettere sui fatti del passato e consultare antichi annali, passando in rassegna tutti coloro che vedendo il proprio paese alla deriva e in cattive mani si misero all’opera per liberarlo con intenzione sincera e dedizione totale, ne troverà ben pochi che non abbiano raggiunto lo scopo, perché la libertà si fa largo per conto suo. Armodio, Aristogitone, Trasibulo, Bruto il vecchio, Valerio e Diones, tutti quanti concepirono questo giusto progetto e lo realizzarono felicemente; in questi casi alla buona volontà non manca quasi mai la fortuna(…) Le imprese successive compiute contro gli imperatori romani non furono altro che congiure di gente ambiziosa, la quale non deve certo essere compianta per gli inconvenienti cui andò incontro, essendo a tutti evidente che desideravano semplicemente far cadere una corona, non togliere il re, cacciare sì il despota, ma tenere in vita la tirannide. Riguardo a costoro sarei dispiaciuto se fossero riusciti nel loro scopo, e sono ben contento che oggi possano essere portati a dimostrazione del fatto che non bisogna abusare del santo nome della libertà per compiere imprese malvagie.

Ma per tornare al nostro argomento che avevo quasi perso di vista, la prima ragione per cui gli uomini servono di buon animo è perché nascono servi e sono allevati come tali.

(…)

Ed è veramente una cosa fuori dal comune vedere come cedano sull’istante alla minima lusinga: teatri, giochi, commedie, spettacoli, gladiatori, animali esotici, esposizioni di medaglie e di vari dipinti, e altre droghe di questo tipo costituivano per i popoli antichi l’esca per la schiavitù, il prezzo della loro libertà, gli strumenti della tirannia; insomma tutto un sistema congegnato dagli antichi tiranni per addormentare i sudditi sotto il giogo. Così i popoli, inebetiti e incantati da simili passatempi, divertendosi in modo insulso con quei piaceri che venivano fatti passare davanti ai loro occhi, si abituavano a servire in questo modo del tutto sciocco, peggio ancora dei bambini che imparano a leggere per via delle immagini colorate e delle miniature che si trovano sui libri(…)

Ed allora era davvero uno spettacolo penoso sentir gridare viva il re! Quegli sciocchi non si accorgevano che stavano semplicemente recuperando una parte dei propri beni e che anche quel poco che stavano ricevendo poteva essere donato dal tiranno solo perché prima li aveva derubati. In tal modo nel giorno di festa la gente raccoglieva sesterzi e gozzovigliava ringraziando Tiberio o Nerone per la loro generosità per poi essere costretti il giorno dopo a consegnare i propri beni, i figli, la vita stessa all’avidità, alla lussuria e alla crudeltà di questi magnifici imperatori, senza osar dire una parola, muti come un sasso, e senza fare il minimo movimento, immobili come piante. La plebaglia si è sempre comportata in questo modo: subito disposta a perdersi nei piaceri che onestamente non potrebbe accettare, insensibile al torto e alle sofferenze che non dovrebbe ulteriormente sopportare.

(…)

Il tiranno opprime i suoi sudditi, gli uni per mezzo degli altri, e viene difeso proprio da chi, se non fosse un buono a nulla, dovrebbe temere di essere attaccato; secondo il detto che per spaccare la legna ci vogliono dei cunei dello stesso legno. Ed ecco i suoi arcieri, le sue guardie, i suoi alabardieri; certo qualche volta anch’essi sono trattati male dal tiranno, ma questi miserabili abbandonati da Dio e dagli uomini sono contenti di sopportare dei danni pur di rifarsi non già su colui che ne è la causa ma su tutti quelli che come loro sopportano senza poter far nulla. Eppure vedendo questa gente che striscia ai piedi del despota per trarre profitto dalla sua tirannia e dalla servitù del popolo, spesso mi stupisce la loro malvagità, altre volte invece è la loro stupidità che mi fa pena. Perché, diciamo la verità, che altro può significare avvicinarsi al tiranno se non allontanarsi dalla propria libertà e abbracciare anzi, per meglio dire, tenersi stretta la servitù? (…) Costoro vogliono servire per accumulare dei beni come se quello che guadagnano fosse loro, mentre non possono dire di possedere neppure se stessi. E come se qualcuno potesse avere qualcosa di suo sotto un tiranno vorrebbero dirsi proprietari di quanto hanno ammassato, dimenticando che sono loro stessi a dargli la forza di togliere tutto a tutti e di non lasciare nulla a nessuno. Essi sanno che è l’avidità dei beni il motivo per cui gli uomini vengono assoggettati alla sua crudeltà, che al suo cospetto non vi è delitto più grande del possedere qualcosa; sanno che il tiranno ama solo la ricchezza e spoglia di preferenza i ricchi, eppure si presentano davanti a lui come montoni al macellaio per mostrarsi ben pieni e pasciuti ed eccitare le sue voglie. Questi favoriti dovrebbero ricordarsi non solo di quei cortigiani che hanno messo da parte molti beni stando vicini al tiranno ma anche di tutti coloro che, dopo aver accumulato per un certo periodo, alla fine hanno perso i beni e la vita stessa; dovrebbero aver presente non solo i tanti che hanno guadagnato ricchezze ma anche i pochi che sono riusciti a mantenersele.”

Discorso sulla servitù volontaria, Étienne de La Boétie, 1549 o ancora ieri.

Se la stessa deficienza di volontà serra ancora le nostre catene e dovrebbe dissuaderci alla rassegnazione, testardamente vogliamo concludere con il buono che la Storia può insegnarci sulle possibilità che questa nostra, a questo punto indubbia, condizione servile ha da offrire.

I cittadini, già liberamente responsabili dei loro destini, non possono che incolpare loro stessi per la miseria della loro condizione e devono quindi limitarsi ad una moderata indignazione. I sudditi, con diritto di voto o no, riconosciuta l’ingiustizia che affligge le loro vite, possono invece semplicemente ribellarsi.

Devono solo volerlo.

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