T-Rito Maggio

La liturgia del tempo rubato

Oggi è il Primo maggio.

Oggi si ricorda al padrone chi comanda. Chi ha bisogno di chi.

Oggi ogni lavoratore celebra la propria festa, a meno che non debba lavorare, con ferie concesse per contratto, ove presente, e magari anche pagate!

A meno che non lavori in nero, non hai un contratto pirata, a chiamata, co.co.co, interinale o stagionale. Se non sei un lavoratore agricolo, in formazione, in apprendistato o in prova o se non risulti libero professionista. In questo caso quel giorno sei solo disoccupato, ma questo dettaglio non ti impedirà di goderne.

Secoli di lotte e rivendicazioni, dalle 8 ore (per quelli già indicati come eccezione sono da riferirsi alle ore di riposo tra un turno e l’altro) al diritto ad una vecchiaia dignitosa (più che legge, leggenda), trovano soddisfazione, o sarebbe meglio dire commiato, nel giorno dell’Orgoglio Proletario.

Se concesso e quando consentito o semplicemente se te lo puoi permettere.

Non saremo l’orgoglio di Vanzetti, ma questo è quello che abbiamo ottenuto e, alla fine, il riposo strappato alle avide mani del capitale dai lavoratori per i (alcuni) lavoratori, va comunque celebrato.

Come ogni messa, per quanto laica, ha i suoi riti.

Comincia con un pellegrinaggio verso un luogo di pace, che si trasforma presto in una processione di penitenti in fila per la grazia.

Espiati nel lento avanzare anche i peccati nemmeno concepiti, si giunge ad una meta alla portata del proprio portafoglio per consumare il rito che, come più o meno in ogni sacra celebrazione, prevede la condivisione di cibo e speranze.

Si spezza il pane, si versa il vino e si rende grazie all’oggetto della venerazione, nel nostro caso quel tempo rubato al lavoro.

Tramontato il giorno in un batter di ciglia, si fa ritorno, sempre in religiosa colonna, grati di essere abbastanza brilli da non dover realizzare ancora quanto quella meravigliosa libertà fosse purtroppo una licenza temporanea. A scadenza breve, anzi, brevissima. Di quelle da finire velocemente, prima che vadano a male, che tracanni con tale ingordigia da risultare sempre indigeste.

Ne esiste di altro tipo?

Siamo abituati a vederla ristretta nei pochi spazi autorizzati da scambiarla ormai per qualcosa che può essere posseduta e deve essere consumata, come tutto il resto. Ci accontentiamo di scorgerne qualche brandello, ottenuto come premio per la nostra condiscendenza, per la nostra utilità. Siamo inconsapevoli di aver svenduto il tempo della nostra vita per farci restituire a pezzi qualcosa che ci appartiene per intero. Oppure non lo siamo, ma siamo obbligati per mancanza di alternative, nel qual caso si chiama estorsione.

Senza consapevolezza, senza rivendicazione, senza solidarietà per chi è stato lasciato indietro, il Primo Maggio è il solito circo allestito per distrarre. È l’ennesimo Carnevale, dove il padrone si finge servo e il servo padrone solo per ridere entrambi dell’evidente assurdità della situazione.

Si contiene il disordine in modo che sia temporaneo e controllato. Lo si esorcizza, seppellendo il conflitto sotto una risata. Si stabilizza un sistema iniquo, destinato ad esplodere altrimenti.

Se siamo grati per l’eccezione, è perché abbiamo già riconosciuto la regola.

Domani si torna al proprio posto, rigenerati.

In attesa di Ferragosto per ricordare che anche gli imperatori, in fondo, fanno cose buone.

Buon Primo Maggio a chi sente ancora la stessa Rabbia. A chi riconosce la stessa Primavera.

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