Il Fantasy ha una connessione intima con l’animo umano, perché occupa il tempo dell’incertezza tra verità e illusione, coltiva speranze e offre un’evasione dalle nostre carceri, senza commettere reato. Eppure è da sempre sottovalutato.
La critica letteraria, spesso ostile a qualunque opera incontri il favore delle masse senza benedizione, ha voluto confondere l’accessibilità con la banalità e il merito con la facile piaggeria. Ne ha favorito lo stigma. Molti dei suoi più antichi e fortunati testi hanno addirittura dovuto negare l’appartenenza alla categoria, pur di evitare l’etichetta di genere leggero, adatto agli ingenui e ai sognatori, agli sciocchi insomma.
Addirittura il Libro dei Libri, il più famoso tra i “fuggiaschi” e scelto da Gutenberg per la sua prima stampa, è stato costretto fin dall’origine a dissociarsi dal genere, per evidenti motivi di marketing. Se il tuo business si basa sul convincimento personale e promesse postdatate, se il tuo testo ha pretesa di cronaca, legge o verità, essere classificato come opera di fantasia non è davvero un’ opzione percorribile. Suo malgrado, ha comunque contribuito a definire il canone della categoria ed è il compendio di tutte le sue caratteristiche più efficaci: dualismo cosmico bene/male, conoscenza rivelata, missione spirituale, salvezza selettiva, immancabile lieto fine.
Completamente slegato dal vincolo del verosimile, ha saputo giocare in modo magistrale su due debolezze delle anime insicure e tormentate: il bisogno, allo stesso tempo, di eccezionalità e appartenenza, il desiderio di rafforzare la propria identità nel conforto del gruppo senza rinunciare a essere ritenuti speciali. Può raccontare così un mondo cucito addosso a qualunque lettore, dove sedicenti giusti sono semplicemente destinati alla beatitudine.
Non poteva che essere un best seller.
La letteratura è quasi sempre un passatempo innocuo, ma, in questo caso, l’enorme successo e le occasioni che ne sono scaturite hanno provocato effetti non prevedibili dagli estensori originari.
Mistificato in nome di un migliore posizionamento sul mercato dell’epoca, quel virtuoso e ineguagliabile atto di fantasia è stato scambiato da manuale di filosofia, storia, scienze e diritto, fino ad essere progressivamente assunto da alcuni come descrizione letterale del reale. La sua proposta accattivante ha finito per radunare moltitudini di estimatori, tutti egualmente convinti di essere effettivamente i beniamini della storia. Alcuni di loro sono rimasti così inebriati dal racconto da continuare a consultarlo come un libretto di istruzioni per la salvezza personale o crederlo una sceneggiatura da poter interpretare. In trepida attesa, sono disposti a tutto per accelerare la venuta di un Messia, nuovo o di ritorno, e inaugurare così il preannunciato millennio del Bengodi.
L’ardore e lo zelo fanno scambiare di buon grado le suggestioni per certezze, gli espedienti narrativi per promesse o i personaggi inventati per autorità, pur di incassare quella promessa di vantaggio che ha solleticato facili egoismi. Tutti, in fondo, vorrebbero far parte del gruppo destinato alla felicità. Tutti gioiscono nel sentire di guerre e rumori di guerre, di nazioni che si sollevano l’una contro l’altra, di carestie e terremoti, se sono questi i messaggeri del nuovo inizio.
Per quanto trascinati dal successo del format, gli sforzi degli accoliti si scontrano con una semplice verità: per renderlo reale non basta pretendere che lo sia.
Questo è solo il primo di una serie di problemi evidenti. La stessa semplificazione, buoni contro cattivi, che sostiene gran parte della trama, trova difficile specchio in una realtà ostinata a complicare sempre tutto. I cattivi non si rivelano con professioni di malvagità, non si riuniscono in gruppi omogenei, non sono riconoscibili a prima vista per colore di stendardo o pelle, per lingua o per fede.
Senza l’evidenza del torto, come far digerire la questione “salvezza selettiva” a chi dovrebbe necessariamente ingrossare le file degli esclusi, senza scatenare una protesta? Come zittire ogni accusa di privilegio o pretesa irragionevole, di suprematismo, razzismo o semplice ingordigia?
Come sempre il testo offre la risposta. Ogni debolezza apparente trova soluzione nel più classico dei dispositivi narrativi: il cliché della predestinazione. L’eletto è di per sé indiscutibile, è ciò che è e non può non essere. Fa solo quello che è destinato a fare. Ottiene quanto promesso. Punto.
L’elezione è cosmica e salvifica, quindi necessaria. Non deve essere giustificata. Smette di essere etica per diventare ontologica: sei scelto perché partecipi della stessa materia del divino. L’unica luce in un mondo di tenebre.
L’elezione rimuove ogni ostacolo e sancisce il diritto al privilegio per volontà divina.
Alla luce di questo, la fortuna del testo smette di stupire. Rivela soltanto la natura della nostra specie, a quanto pare inchiodata non alla speranza di giustizia, ma di eccezionalità, a un bisogno costante di distinzione perché intimamente terrorizzata dall’uguaglianza.
L’uguaglianza è deprimente, esclude a priori la speranza di un privilegio e ci costringe a concedere pari dignità alle voci di tutti i personaggi.
Meglio riscuotere una ricompensa esclusiva, anche sapendo che non può prescindere dall’esclusione di qualcun altro, purché la giustificazione sembri autorevole.
Come nei fantasy, basta una storia ben costruita e la feroce convinzione di meritare il Paradiso.
Alla fine, ognuno per sé, Dio per noi.
Dal Fantasy alla Distopia il passo è breve, sono entrambe figli di Utopia.