Morditi la lingua, così che non possa sciogliersi e dire quello che è da sempre confinato sulla punta.
Serra la mascella e stringi i denti, per essere certo di incarcerare le parole.
Cerca la pace nel silenzio e il conforto nel saperti nel giusto, senza il bisogno di ostentarlo.
Porta pazienza, controlla il respiro, conta fino a dieci, lascia perdere e aspetta che passi. Ogni crisi è un’opportunità e, in fondo, quando ti sbattono in faccia una porta devi solo aspettare che si spalanchi un portone.
Porgi l’altra guancia, ama e perdona il nemico, non importa cosa abbia fatto. Devi preoccupati solo di mostrarti superiore d’animo.
Ingoia il rospo, tutti i bocconi amari come la bile e bevi il calice avvelenato, fino in fondo, sempre facendo buon viso a cattivo gioco. Il paziente è il virtuoso per antonomasia, non serve ricordare che è anche colui che sopporta il patimento.
Porta la Croce con un sorriso, in fondo ogni pena è un’attenzione ricevuta dall’Alto. È una prova d’amore del Signore, mandata perché alla nostra portata o certamente per un bene, che sia nostro o superiore non importa. Sarà quel che sarà. Bisogna saper accettare il proprio destino e mostrarsi forti.
E indovinate qual è la virtù dei forti? Esatto, proprio la pazienza. Non certo la forza, come qualche sprovveduto potrebbe pensare su due piedi. La forza deve essere posseduta ma non può essere usata. Al massimo esibita. È un’altra tentazione a cui resistere. Non a caso, la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci.
La rabbia non dona a nessuno.
Il livore fa male alla salute: ingrossa il fegato, intossica anima e corpo con fiele e rancori, fino ad alterare il carattere. Ti lascia solo l’amaro in bocca e un colorito livido.
La collera, purtroppo, è riservata a chi ha uno scranno, un trono o un altare perché è accettabile solo come manifestazione di potenza o punizione scagliata dall’alto, non come conflitto tra pari. È sempre meglio una sentenza che una discussione, per metterci una pietra sopra senza che a nessuno venga la tentazione di lanciarla.
Sanno tutti che i mansueti erediteranno la terra e gli ultimi saranno i primi. Non è mai stato detto a che punto della Storia. La fretta è nemica del bene, mentre spesso si accompagna alla furia, quindi tempo al tempo, tutto arriva a chi sa aspettare senza creare scompiglio.
Armiamoci quindi di santa pazienza, tanto lei è disarmata e, certo, non spaventa nessuno.
In fondo la scelta, ahimè, è all’osso.
Deposta la spada per la penna, di per sé più letale solo se brandita da una mente affilata, abbiamo lasciato che venisse spuntata, accantonando proprio quel che dava corpo all’inchiostro.
L’ira, che rende incoscienti e libera dal giogo della conformità spacciata per buon senso, è talmente passata di moda da sopravvivere solo come cattiva abitudine.
La dignità, che da sempre pretende intransigenza, è diventata talmente cara che ben pochi riescono ancora a permettersela. Chi riesce, al massimo, la prende in affitto.
Alla sofferenza è andata anche peggio. Un tempo in testa ad ogni rivoluzione, è finita coscritta nell’esercito reazionario. Spogliata del berretto frigio, ha indossato le vesti del martire: anziché dar fuoco alle polveri, spegne i bollenti spiriti e ci costringe immobili sotto le sassaiole, sgranando litanie di elogi capaci di anestetizzare ogni istinto con la sola promessa di beatificazione.
Se si acchiappano più mosche con il miele che con l’aceto, sicuramente si addomestica più facilmente un intero popolo chiamando la sopportazione virtù e la sottomissione educazione, che con la coercizione. Del resto, lo ha permesso il nostro orgoglio, troppo preso a credere alle lusinghe e contare consensi per sentire i ceppi della morale corrente stringere le caviglie.
Se la buona educazione è solo l’uniforme ben stirata del suddito, sarà bene cominciare a provare con la maleducazione.
A parlare senza essere interpellati.
A dire pane al pane e sbattere i pugni sul tavolo.
A mostrare i denti, tirare fuori le unghie e puntare i piedi.
Ad alzare la testa, gli occhi, la voce e anche le mani, anziché chiedere scusa per il disturbo o ringraziare per le briciole.
Ad interrompere.
A pretendere la stessa erba del vicino, quella del giardino del potente e, soprattutto, l’erba voglio.
Cresce proprio quando smetti di chiedere il permesso al Re.
Cresce quando smetti di inginocchiarti.
Dissenti.
Coltivala.